Nicotera antica Sulle origini di Nicotera vi sono pareri discordanti. Qualcuno crede sia stata una Acropoli sacra a Pallade vittoriosa adducendo che dopo di essi, i Bruzi, resisi padroni delle città della costa occidentale della Magna Grecia, a somiglianza degli ateniesi, celebrassero le feste Nikotirie da cui poi derivò il nome stesso della città. Per altri invece, Nicotera sorse durante le guerre civili tra Pompeo e Cesare il quale, come ricorda lo storico Appiano, proprio in questa zona, dovette subire due sconfitte militari da parte di Sesto Pompeo. Infine secondo lo storico locale Diego Corso, Nicotera era una colonia fondata nel 234 a.C. a ricordo della prima importante vittoria navale conseguita dai romani sui cartaginesi, proprio nello specchio di mare antistante la nostra costa. Ma l’origine della città è sicuramente più antica, se con il nome di Nicotera, troviamo segnato nella cosiddetta Tavola Peutingeriana il punto dove Strabone e Plinio collocavano l’antico insediamento di Medama o Medma. Secoli dopo, la sua presenza è attestata in età imperiale romana, nel cosiddetto Itinerario Antonini come “statio mansio” lungo la  via Popilia che congiungeva Reggio Calabria a Capua. Successivamente fu uno dei primi luoghi a raccogliere il messaggio cristiano tanto che nel 65 d.C. (primo secolo dopo Cristo) è già sede diocesana con il suo primo Vescovo, Niceforo, fatto questo confermato sia dal Menologio di Santo Stefano che dalla scultura in bassorilievo rinvenuta secoli dopo nelle fondamenta del Duomo cittadino. Venuta meno la signoria dei romani, subì al pari delle altre località calabresi, le incursioni dei Goti e dei Vandali, finendo poi sotto l’occupazione dei Bizantini guidati da Belisario nel 547 allorquando Nicotera entrò a fare parte, con il resto della Bruzia, nel Tema di Sicilia. Nel frattempo era cresciuta l’importanza della chiesa locale come attestato dal fatto che il suo nome ricorre in numerose lettere del Papa San Gregorio Magno. Rimasta sotto dominio bizantino, condivise le vicissitudini dell’Impero d’Oriente e le vicenda legate al conflitto iconoclastico. In tale periodo, il Vescovo della città di Reggio, venne insignito dal Patriarca di Costantinopoli della dignità di Metropolitano e fra i suoi suffraganei troviamo ancora menzione dei vescovati di Locri, Tauriana e Nicotera. Ed è certo che nell’anno 787, Sergio, compare negli atti del Concilio di Nicea come “indegno vescovo dei nicoteresi”. A partire dalla metà del IX secolo, fu fatta oggetto delle incursioni dei saraceni attirati dal fatto che la città era collocata in un punto strategico che controllava le comunicazioni verso la Sicilia ed era praticamente indifesa. Così nell’anno 884 venne attaccata dagli stessi saraceni che la incendiarono uccidendo anche il vescovo Cesareo che, secondo la leggenda, venne legato alla coda di un cavallo e trascinato per i campi sottostanti la città. Tornò comunque sotto controllo bizantino ma dovette subire altri assalti saraceni come quelli del 941 e del 946, eventi questi che suscitarono l’intervento dell’imperatore Costantino VII in persona, che spedì in questa zona numerose sue truppe, le quali, rafforzate con contingenti di calabresi, salernitani e di romagnoli mandati in loro aiuto probabilmente da Papa Agapito II, diedero battaglia e inflissero una dura disfatta ai saraceni stessi, proprio a Nicotera, nell’anno 953. La città comunque usciva da questo interminabile ciclo di eventi bellici che aveva coinvolto il suo territorio, terribilmente devastata, tanto che i rimanenti abitanti preferirono abbandonarla migrando sulle alture delle vicine colline ritenute più sicure e difendibili. Fu così che per molti la conquista normanna di queste terre, sancita nel Concordato di Melfi del 1059 tra Papa Niccolò II e Roberto il Guiscardo (con la nomina di quest’ultimo a Duca di Puglia, Calabria e Sicilia), dovette essere una vera e propria liberazione per le loro popolazioni. La Nicotera normannaNicotera giaceva dunque in condizioni terribili quando venne conquistata da Roberto il Guiscardo nell’anno 1065: la terra era deserta, mentre la gente atterrita dalla ferocia dei Musulmani, e avvilita per le frequenti rapine, si era ridotta a abitare su caseggiati sparsi. Roberto allora commosso dalla triste situazione di questa popolazione, cominciò con il radunarla, ponendo le fondamenta della città sul sito che tutt’oggi occupa. E in quello stesso anno, avendo egli altresì espugnato il castello di Policastro ne trasferì in Nicotera gli abitanti scampati all’ eccidio di quella terra, fortificando la città stessa con mura, torri difensive e con il castello, in maniera tale che questa non avesse da temere da nuovi e repentini assalti. Ma non erano trascorsi neanche due lustri che su Nicotera, nel frattempo rinata a nuova vita anche grazie ad una fiorente agricoltura e al commercio, si abbatté la furia dei i Saraceni che scorrazzando per le nostre coste, nel 1074, vi approdarono con molte navi nella vigilia di San Pietro e colta di notte la città la misero a soqquadro traendo in cattività gran parte degli abitanti. Evento particolarmente tragico, perché ai danni del saccheggio si aggiunsero quelli di un terribile incendio che appiccato alla Chiesa, divampò poi per l’intero abitato distruggendo gran parte degli edifici. In quel periodo, Roberto cedette Nicotera al fratello Ruggero il quale provvide a riparare i danni da questa sofferti, a restaurare la  chiesa, dotandola del Feudo di San Giovanni nel territorio di Francica, ad erigere un tempio con monastero che dedicava a San Nicola (dove i frati in seguito raccolsero dei coloni, dando vita all’attuale centro urbano di San Nicola di Legistis oggi frazione del vicino comune di Limbadi) e ad erigere nelle vicinanze il castello di Motta Filocastro. Ma allontanatosi Ruggero per andare in Puglia a comporre delle questioni familiari, Nicotera fu nuovamente fatta oggetto di un altro saccheggio quando, nell’agosto del 1085, orde saracene guidate da un certo Benavert proveniente da Siracusa, tornarono a saccheggiarla dopo aver vinto in uno scontro navale e poi in uno di cavalleria con la locale guarnigione normanna. Il fatto indignò talmente lo stesso Ruggero che, nel maggio dell’anno seguente, mosse partendo proprio dalla nostra città su Siracusa, sconfiggendo in un serrato combattimento navale lo stesso Benavert che ferito, mentre tentava di scappare, cadde in acqua e affogò trascinato dal peso della sua armatura. Dopo questi eventi Nicotera godette di un periodo di relativa calma poiché divenuta residenza delle truppe di Ruggero che tornò ad abbellirla e fortificarla nuovamente. In questo periodo Papa Urbano II, su richiesta dello stesso Ruggero, reintegrò la sede vescovile, anche se Nicotera continuò anche ad essere città con Cattedra di Rito Greco. Morto Ruggero, nel 1101 e terminata la reggenza della contessa Adelaide, Nicotera passò sotto il governo di suo figlio Ruggero II ma fu fatta oggetto di una nuova scorreria saracena nel 1122 da parte di Ibn Medium suddito degli Almoravidi. Nicotera venne poi compresa nel 1130 nei possedimenti unitari di Puglia e Calabria fondendo così definitivamente la sua individualità in quella della monarchia normanna. In tale periodo fiorì il commercio con l’Africa e con l’Egitto come testimoniato dalla diffusione in loco della moneta araba e vi venne introdotta la coltivazione del gelso moro (morus indica) e del fico d’india (cactus opuntia). Nicotera continuò ad essere Città Regia anche dopo l’estinzione della Casa Normanna e l’avvento del Casato di Svevia con Federico II e continuò ad essere amministrata da baiuli imperiali. In questo periodo lo stesso Federico II concesse ai Padri Certosini di Santo Stefano del Bosco, alcune terre in città e sempre in siffatto periodo fiorirono le industrie della seta e il commercio soprattutto per merito degli ebrei che egli aveva accolto in gran numero e che a Nicotera vennero concentrati nell’apposito quartiere della Giudecca tutt’ oggi quasi perfettamente conservatosi. E la città stessa dovette assumere ad una certa importanza se, con regia ordinanza del 1239, venne persino elevata a cantiere e arsenale insieme a Napoli, Amalfi, Salerno e Brindisi. Morto Federico nel 1250 gli subentrò il figlio Manfredi come luogotenente del fratello Corrado IV. Ma Manfredi perseguì una politica di autonomia dei territori normanni d’Italia dal resto dell’Impero, tanto da farsi incoronare Re di Puglia e di Sicilia nel 1258. Ma nel 1266 avendo il Papa Urbano IV designato come nuovo re il francese Carlo d’Angiò, dovette scontarsi con questo finendo sconfitto e ucciso a Benevento. Poco dopo Corradino, figlio di Corrado IV, avrebbe tentato di riconquistare il reame ma venne sconfitto a Tagliacozzo, preso prigioniero e da li a poco giustiziato (1268). Nicotera fu una delle città che ad opera di Rinaldo da Cirò si ribellarono a favore dello stesso Corradino che sconfitto la fece ricadere sotto il dominio angioino. Finiva così il periodo normanno – svevo della città stessa. Nicotera angioina e aragoneseCaduta la dinastia normanno – sveva e cominciata quella angioina, Carlo I D’Angiò confermò a Nicotera i tanti privilegi ottenuti sotto il dominio precedente. Ma il governo francese si sarebbe dimostrato aspro e vessatorio tanto che nemmeno un ventennio dopo, nel 1282, con la rivolta del Vespro scoppiata in Sicilia, le popolazioni meridionali cercarono di scrollarsi di dosso tale dominazione chiamando in loro aiuto Pietro III d’Aragona la cui moglie Costanza era figlia di Manfredi di Svevia. Il territorio nicoterese veniva così coinvolto in un nuovo periodo di guerra, dato che Carlo D’Angiò mosse con la sua flotta verso Messina per assediarla. La flotta angioina fu però sorpresa davanti alla città siciliana da Ruggero di Lauria, che la inseguì raggiungendola proprio nelle acque antistanti Nicotera stessa, laddove ventiquattro galere catalane e siciliane distrussero o catturarono in tutto quaranta nave nemiche. Carlo d’Angiò reagì alla sconfitta e da Reggio dove si trovava inviò per difendere la piazzaforte di Nicotera, prima Guglielmo di San Felice e poi Bertrando conte di Artois, con l’ordine di curare la rimanente parte della flotta angioina rimasta nell’arsenale della città che rimaneva una dei luoghi più vicini al teatro di guerra. A Nicotera pose poi il suo campo militare, nell’aprile 1823, il fratello del re, Carlo, allora Principe di Salerno che vi dimorò fino all’ottobre successivo. Durante il suo soggiorno, Nicotera venne fortificata e la sua cinta di mura venne ampliata e rafforzata da bastioni con merli e torri e ulteriormente difesa da altre torri sorte a mezza costa, di cui due poste a guardia della darsena (e cioè quella di Santa Maria dell’Agnone e l’altra detta di Maiolo) e una (detta Torre Parnaso) edificata a guardia della costiera detta dei Calamaci. Carlo si sarebbe poi poco dopo recato a Cosenza, dove il 1 novembre 1283, ordinò a tutti i baroni e ai feudatari del regno di portarsi in armi proprio a Nicotera per unirsi all’esercito comandato da suo cugino Roberto duca di Artois, in vista di una nuova spedizione volta alla riconquista della Sicilia. Progetto questo mandato a monte ancora una volta dal Lauria che l’anno successivo sconfiggeva e catturava lo stesso Carlo. Dopo questo nuovo scacco, Carlo I d’Angiò ritornò dalla Francia accorrendo a difesa di Reggio minacciata dagli aragonesi, lasciando però a presidio di Nicotera, Pietro Ruffo conte di Catanzaro. Gli aragonesi però, profittando della lontananza del re angioino dalla città, vi tentarono un assalto e verso la sera del 14 agosto 1284, sempre comandati da Ruggero di Lauria, vi sbarcarono con dieci galee. Trovate pertanto poco custodite le mura e approfittando del sonno delle sentinelle e dell’oscurità, penetrarono nella città che fu saccheggiata mentre lo stesso Pietro Ruffo fu costretto a asserragliarsi nella rocca. Morto Carlo I d’Angiò nel 1285 (al quale successe il figlio Carlo II), la maggior parte dei castelli e delle città calabresi furono conquistate alla causa aragonese e lo stesso Ruggero di Lauria tornato a Nicotera proprio in quell’anno, ne riedificò le mura, rafforzandone il castello. Un anno dopo, nel 1286, moriva invece Pietro III d’Aragona e sul trono di Sicilia gli successe il figlio Giacomo che fu incoronato a Palermo con l’assistenza dei vescovi di Cefalù, di Squillace e di Nicotera stessa. A Giacomo, richiamato in patria a succedere ad Alfonso nella titolarità del Regno di Aragona, sarebbe poi successo Federico III, che nel 1302 avrebbe siglato con Carlo II d’Angiò la pace di Caltabellotta con la quale la Sicilia sarebbe rimasta in mano agli aragonesi mentre l’Italia meridionale rimaneva agli angioini. Nicotera tornava così in mano francesi. In quegli stessi anni, dopo l’uccisione del Vescovo Cesareo, alla città venne tolta la Cattedra Episcopale; la Diocesi venne ridotta ad Arcipretura ed aggregata all’Arcivescovado di Reggio Calabria e, con Bolla di Papa Clemente V del 1307, venne fondato il monastero dei Conventuali detto di Santa Maria delle Grazie. A Carlo II sarebbe poi successo nel 1309 il figlio Roberto il quale premiò, per i servigi resi alla monarchia angioina, i militi nicoteresi Guglielmo Gerace e Roberto De Gattis. Morto poi lo stesso Roberto nel 1343, gli successe la nipote Giovanna sotto la quale il regno cadde in preda all’anarchia e dovette sopportare un tentativo di conquista da parte di Luigi I re di Ungheria, tanto che anche Nicotera e il suo territorio si trovarono coinvolti in questi nuovi fatti d’arme. Morta Giovanna nel 1382 gli succedette Carlo III. In quel tempo Nicotera era feudo di Enrico Sanseverino che la teneva a titolo di Utile signore, quantunque fosse città di Regio demanio. Ad una petizione formulata da costui e indirizzata al Papa Bonifacio IX si deve la reintegrazione della sede episcopale che ebbe come nuovo vescovo Giacomo di Sant’Angelo dei Lombardi dotto monaco e cappellano dello stesso Enrico. Nel 1393 poi, la nobildonna Margherita Pellizza edificò presso la sua abitazione una chiesa a santa Caterina con annesso monastero alla quale poi lasciò tutti i suoi beni e della quale il quartiere cittadino omonimo prende il nome. Nel 1417 - regnante invece Giovanna II - Francesco Sforza sposò invece Polissena Ruffo la quale come erede dei Sanseverino portò in dote, fra le altre cose, la città di Nicotera con le terre annesse di Motta Filocastro, Calimera e Seminara e alla quale, morta questa senza prole, gli successe la sorella Iacobella con il titolo di Principessa di Rossano, contessa di Montalto ed Utile signora di Nicotera. Giovanna II contraeva intanto matrimonio con il Re di Aragona Alfonso il magnanimo e quando questa morì nel 1435, il governo del regno passò nelle mani di un consiglio regio. Si riaccese così la lotta tra angioini e aragonesi che si concluse nel 1443 a favore di questi ultimi. Nel 1445 morta Iacobella Ruffo, Nicotera passava in feudo a suo figlio Marino Marzano e sette anni dopo, nel 1452, lo stesso Re Alfonso proponeva alla santa sede che si promuovesse a vescovo della città il fratello di costui, Francesco. Sempre Re Alfonso poi, nel 1457, donava la bagliva di Nicotera a Consalvo da Cordova e che poi passò nelle mani di Esaù Ruffo. Ad Alfonso succedeva nel 1458 Ferrante, ma i baroni offrirono il regno a Giovanni di Angiò che l’anno successivo da Genova, dove si trovava in veste di governatore di Carlo VII di Francia, mosse alla sua conquista. Ferrante reagì attaccando Cosenza centro dell’insurrezione pro-angioina, la cui resa portò a quella dei castelli vicini. In tal frangente essendo stato sconfitto e fatto prigioniero il marchese di Crotone Antonio Centeglia capo dei ribelli, Esaù Ruffo suo cognato, perse la signorìa di Nicotera (1461). In questo periodo la cattedra vescovile della città fu occupata prima dal dotto Pietro Balbi da Pisa, poi da Francesco Brancia monaco di San Bernardo e nel 1475 da Nicola Guidiccione arcidiacono di Lucca. Sempre in quello stesso anno, re Ferrante vendette la nostra città cum feudi Ravelli per 4000 ducati a Princivalle De Gennaro. Sotto il governo di questo sovrano inoltre, a Nicotera venivano rafforzate le opere difensive con il riadattamento delle due vecchie torri costiere di Santa Maria dell’Agnone e del Parnaso, anche in conseguenza delle prime minacce apportate alla città dai turchi. Morto Ferrante d’Aragona, nel 1494, gli successe Alfonso II che venne investito nel Duomo di Napoli con l’assistenza dei Vescovi di Nicotera, Tropea e di Nocera. Ma le situazione politica degli stati italiani volgeva adesso verso l’inizio delle intromissioni delle potenze straniere destinate a durare nei tre secoli successivi. Infatti Carlo VIII Re di Francia, invitato a scendere nella penisola da Ludovico Sforza, organizzò una spedizione militare per conquistare il napoletano dove ancora forte era la presenza del partito angioino, spedizione che ebbe facile ragione delle resistenze aragonesi e che portò alla rapida conquista dell’Italia meridionale (1495). Ma i sogni di gloria di costui ebbero breve durata perché il pontefice Alessandro VI promosse una lega antifrancese (marzo 1495) che raggruppò il papa stesso, Venezia, il re di Spagna, l’Imperatore e il Duca di Milano. L’Italia meridionale tornava così ad essere teatro di guerra. Il Re di Spagna inviava infatti un contingente che sbarcato a Messina muoveva prima su Reggio Calabria e poi su Seminara dove si scontrava con gli avamposti francesi avendo dapprima la peggio e poi riuscendo ad impossessarsi di molte città quali Cosenza, Crotone, Nicastro, Terranova e Nicotera che il nuovo re Ferrante II concedeva (maggio 1496) a Giacomo Alfonso del Gennaro. Morto Ferrante II, i re di Francia e di Spagna, Luigi XII e Ferdinando il cattolico, si accordarono per la spartizione del regno di Napoli (1500) ai danni di Federico d’Aragona, figlio di Ferrante II che in un tentativo di riscatto fu sconfitto dai franco-spagnoli. Ben presto però scoppiarono i contrasti tra i vincitori e si accese così una nuova guerra (1503-04) che si concludeva con il successo delle armi spagnole. In tale conflitto gli spagnoli stessi inflissero una sonora sconfitta ai francesi a Seminara, inseguendone poi il loro comandante Aubigny attraverso Nicotera, fino al castello di Rocca Angitola dove assediato fu costretto successivamnete a capitolare. Il Regno di Napoli con la Calabria e la stessa Nicotera entrava a far parte dei domini spagnoli e nel 1507 la città fu confermata come feudo di Giacomo Alfonso De Gennaro. Nicotera moderna Nell’anno 1511 i turchi cominciarono a compiere le prime razzie in grande stile trescando con gli ebrei risiedenti a Reggio Calabria e a Nicotera e che per siffatto motivo, proprio in quell’anno con Regia Ordinanza, vennero espulsi dal quartiere cittadino della Giudecca. Nel 1517 muore il signore della città Giacomo Alfonso De Gennaro e gli subentra il figlio Princivalle che poi a sua volta nel 1530 succedeva al fratello Giulio Cesare anche nella dignità episcopale. Nel 1540 la città fu poi concessa da Re Carlo V ad un altro fratello del Princivalle, Annibale che per primo la tenne con il titolo di conte. Morto Annibale nel 1560, la sua unica figlia Ippolita si sposò con Fabrizio Ruffo principe di Scilla e chiese di essere investita del feudo di Ravello e della contea della città. Intanto (1536-1573), nella sede vescovile si succedevano il cardinale Antonio Sanseverino da Napoli, Camillo De Gennaro, Giulio De Gennaro che avrebbe governato la nostra diocesi per trentuno anni fino al 1573 e Leonardo Liparolo. Da tempi immemorabili la città come libera Università, godeva di speciali privilegi concessi dai Re d’Aragona (la cosiddetta tabella delle leggi) che però non sempre venivano rispettati. E proprio contro i soprusi dei funzionari regi, i nicoteresi fecero ricorso a Fabrizio Ruffo e a Donna Ippolita De Gennaro i quali confermarono la loro validità in data 13 gennaio 1581. Nella sede vescovile intanto (1582) dove vi era insediato monsignor Resta succedeva Ottaviano Capece che tanto si sarebbe adoperato per riformare la curia locale con i sinodi diocesani del 1583, del 1588, del 1592, del 1596, del 1598, del 1601, del 1602 e del 1608 e che avrebbe introdotto a Nicotera lo studio delle arti liberali e avrebbe provveduto a riedificare il duomo cittadino con la cooperazione delle comunità religiose e della cittadinanza.
Il 9 gennaio 1587 moriva la contessa Ippolita De Gennaro seguita poco dopo il 23 febbraio dal marito Fabrizio Ruffo il quale lasciava due figlie di cui la prima Donna Maria, ebbe in dote gli Stati di Scilla, Sinopoli e Nicotera. La suddetta nel prenderne possesso, si sposò con suo cugino Vincenzo Ruffo. A questi principi nel 1591 si sarebbe poi ancora una volta rivolta la nostra Università chiedendo il rispetto della tabella delle leggi. Nel 1593 cominciava l’edificazione dei monasteri di San Francesco di Paola e della Santissima Annunziata. Nel 1596 invece, ultimati i lavori del Duomo, accade una grave diatriba tra l’Università e il Vescovo Capece, in quanto i cittadini con in testa il sindaco Marcello Tranfo avrebbero voluto apporre le armi dell’università stessa alle porte della chiesa. Oppostosi il vescovo, Tranfo lo denunciò alla Santa Congregazione ma il Capece seppe rintuzzare le accuse. La città non ebbe a soffrire molto del terremoto del 1599 ma piuttosto del malgoverno spagnolo e dei briganti che imperversavano anche nelle nostre zone. E’ il tempo di Tommaso Campanella e della congiura antispagnola che coinvolse i vescovi di molte città ma non di Nicotera essendo il Capece rimasto fedele alla monarchia iberica. Fallito il moto contro lo straniero permaneva però il pericolo rappresentato dai briganti, tanto che il Vescovo Capece restrinse il diritto di asilo nei conventi. Ma nel 1602 rientrato da un Concilio Provinciale trovò la città sconvolta dalle fazioni poiché si erano rifugiati nel convento dei Domenicani i banditi Giovambattista Soldano, Francesco Romano e Giuseppe Cesario ivi assediati dal vicerè Don Garzia di Toledo. Sull’imbrunire del 13 novembre di quell’anno, accorse al convento stesso, per sedare gli animi, il vicario generale della diocesi che però i banditi misero alla porta arrestando poi anche il diacono Mercurio Bondi. Da qui le ire del vescovo che la mattina del 19 dicembre 1602 “ad sonum campanae” fece apporre in Porta Grande l’editto di scomunica contro i violatori della libertà ecclesiastica. La diocesi passò poi a Mons. Pinto nel 1615. In siffatto periodo l’Università di Nicotera era come un vero e proprio stato dove i suoi ufficiali venivano scelti con il principio elettivo e dove il popolo veniva convocato con tre bandi in tempi determinati dell’anno per ordine del governatore della città e eleggeva per acclamazione o a maggioranza gli amministratori, stabiliva l’imposizione e l’importo di dazi e gabelle e decideva eventuali reclutamenti militari. Il sindaco non aveva autorità in sé ma la esercitava in maniera conforme ai regolamenti, cosicché l’autorità vera risiedeva nel municipio rappresentato da un seggio aperto in pubblico ai padri di famiglia e ai seniori della città. Legge municipale propria non ve ne era ma solo consuetudini, che venivano a volte frenate dagli editti del Regno che si configurava così come un insieme di tante Università. E per la cronaca, il nostro municipio soleva riunirsi sotto il portico di Santa Caterina, ancora oggi visibile. Nel 1638 oltre al terremoto, la città venne investita da un’altra calamità: l’incursione dei turchi. Sul tramonto del 19 giugno infatti, il guardiano della torre Parnaso scorse delle navi sospette e accesi dei fuochi, cercò di avvisare coloro che si trovavano sulle altre torri di guardia della città ma il suo segnale non venne preso in considerazione. Verso mezzanotte una flottiglia di Bisertani, Tunisini e Algerini composta da sedici galee e due galeotti prese terra in parte alla Marina e in parte in località “Preicciola”. Gli incursori così divisisi in due distinte colonne si diressero, la prima presso la Porta Palmentieri dove fece sosta, mentre la seconda verso il monastero di Santa Maria delle Grazie, saccheggiandolo. Poi all’alba, anche questa si diresse verso la città e vi penetrò trovandovi la porta Foschea non chiusa forse per incuria. Il sacco della città fu orribile e fu accompagnato da un altro evento funesto poiché la mattina dopo la gente di Motta Filocastro attirata dal gigantesco incendio scese a Nicotera riuscendo a scacciare l’orda degli invasori. Alla schiera dei mottesi si unirono però altra gente dei villaggi vicini che completò l’opera di saccheggio già messa in atto dagli infedeli. In tale frangente si colloca la rocambolesca avventura del sacerdote Giuseppe Adorisio, il quale catturato dai turchi, riuscì a ritornare in patria dove fece costruire a sue spese l’altare della chiesa di Gesù e Maria.
Qualche anno dopo, il 25 gennaio 1644, Mons. Pinto, scomunicò gli aggressori che poche settimane prima avevano osato sfondare a colpi di cannone il portone della chiesa di San Francesco deturpandovi le sacre immagini ivi contenute. Pinto moriva qualche mese dopo, dopo aver retto la diocesi per ventisei anni e gli succedeva Camillo Baldo, avvocato della curia romana. Nel 1649 si procedette poi all’enumerazione delle famiglie civili o nobilmente viventi. Alla cattedra episcopale invece successe al Baldo, il giurisperito Ludovico Centofloreno che però moriva dopo soli sette mesi il 5 dicembre 1650 (mesi peraltro in cui la città fu piegata da una tremenda siccità) e al quale successe quindi Mons. Ercole Coppola, a cui si deve l’erezione del Seminario diocesano (1655). A sua volta successe a questi, Mons. Cribario e dopo la morte di quest’ultimo, il 16 febbraio 1667, Mons. Biancolilla. In tale periodo la città fu scossa da un tragico fatto di sangue. Da tempo, infatti, covavano dei rancori tra i sacerdoti di Filocastro, Giuseppe Razza, erario della duchessa delle Noci, signora di Nicotera e Giuseppe Corso, erario del duca di Monteleone e signore di Filocastro. Le brighe partigiane spinsero all’odio i due sacerdoti, odi che Mons. Biancolilla riattizzò quando invece di allontanare il Corso dall’Ufficio di Vicario, lo chiamò a sé. I Razza pertanto sobillati dai partigiani della duchessa, atterrarono la porta dell’episcopio e nella mattina del 7 febbraio 1669, attentarono alla vita dello stesso Corso (mentre questi insieme al vescovo transitava in lettiga per la via della Annunziata) finendo però per uccidere a colpi di fucile proprio il vescovo che trasportato all’episcopio terminava così repentinamente i suoi giorni. Venuto a conoscenza del misfatto, Papa Clemente IX con Breve Apostolico del 20 febbraio 1669, emanava Bolla di scomunica contro gli uccisori e inviava a Nicotera per acclarare i fatti Consalvo De Filippis, il quale riuscì poi a calmare le ire del pontefice che voleva comprare la città e demolirla. A Nicotera, poi graziata, lo stesso Papa designò come suo nuovo vescovo il frate Francesco Aricò da Manforte il quale nel 1687 avrebbe istituito le feste della Madonna della Scala e di san Francesco di Paola che si celebrano tutt’oggi. A lui successe il 12 novembre 1691, Bartolomeo Riberio che rifece il tetto della cattedrale e restaurò l’episcopio. Alla morte di questi gli successe poi il saggio prelato Antonio Mansi, che nel sinodo dell’ottobre 1705 provvide a riformare i costumi e la disciplina del clero locale. Nel 1712 la città venne colpita da un mortale morbo epidemico. L’anno dopo in virtù del trattato di Utrecht, il regno di Napoli, e con esso Nicotera, a seguito della cosiddetta guerra di successione spagnola, veniva ceduto a Carlo d’Asburgo, facendo così cessare il secolare dominio spagnolo. Successivamente defunto il Vescovo Mansi, il 29 novembre 1713, gli successe Mons. Mattei il quale migliorò il Seminario ed eresse la Parrocchia di Badia, staccandola nel 1724 da quella di Caroni. Quest’ultrimo si spense il 25 gennaio 1725. A lui successe dapprima frate Alberto Gualtieri e, dopo appena diciotto mesi, Mons. Collia, che accrebbe i redditi del Seminario, rimettendo in vigore gli studi di filosofia e teologia ed infine, nel dicembre 1735, Mons. Francesco De Novellis. In quello stesso anno per via dei rivolgimenti accaduti sullo scacchiere internazionale, la città con tutto il Regno di Napoli cadde sotto il dominio di Carlo di Borbone. Due anni dopo nel 1737, il vescovo De Novellis venne trasferito per motivi di salute e Papa Clemente XIII designò come nuovo vescovo Mons. Eustachio Entrieri, che avrebbe restaurato il duomo cittadino. A lui, successe poi Mons. Francesco Franco. La città fu poi colpita negli anni a venire da alcune sciagure quali l’incendio che danneggiò gravemente il duomo nella notte dell’11 marzo 1745 e la carestia del 1763 che condusse alla vendita della città che il Conte di Sinopoli, Fulco Antonio Ruffo, acquistò per la somma di sessantamila ducati dal Conte Bartolomeo della Riccia. Atto questo, avvenuto con il pieno consenso del Consiglio reggimentario della città riunito dal governatore Francescantonio Comerci e dei sindaci Domenico Pelusio e Nicola Mazzitelli. In tale periodo il Ruffo provvide al prosciugamento del feudo di Ravello, mentre il vescovo Franco restaurava l’episcopio e la chiesa cattedrale, ereggendovi l’ara maggiore, la sagrestia e il campanile. Franco moriva poi il 12 aprile 1777 e gli succedeva Francesco Attaffi. Questi rinsaldò la disciplina ecclesiastica e migliorò gli studi del seminario aggiungendovi la cattedra di geometria così come il suo predecessore vi aveva aggiunto quelle di greco e di geografia. Nel 1777 ricevette invece il reale assenso la congrega del SS. Rosario che anni prima, abolito il convento dei Dominicani, aveva restaurato la chiesa a questo annessa dedicandola proprio alla Vergine del S.S. Rosario. Il 5 febbraio 1783 la città dovette soffrire per il terremoto, mentre pochi mesi dopo, il 4 marzo 1784, moriva il Vescovo Attaffi. E proprio a seguito del sisma, l’architetto Ermenigildo Sintes restaurò il castello e la chiesa cattedrale. In seguito, il 6 giugno 1790, a causa dei continui rovesci di pioggia, venne inondata la pianura di Ravello dal fiume Mesima e dai suoi affluenti, arrecando gravi danni ai raccolti. Poco dopo, il 9 settembre 1791, veniva invece designato come nuovo vescovo della città il canonico Giuseppe Marra che provvide alla riorganizzazione delle varie strutture diocesane. Nicotera contemporanea I tempi stavano per cambiare è dopo il 1789, il contagio rivoluzionario si spargeva ormai per tutta Europa. Dovunque vennero cacciati gli antichi sovrani e instaurate delle repubbliche sul modello francese. Anche il regno di Napoli fu coinvolto in questi sommovimenti quando, nel 1799, fuggito in Sicilia il re Ferdinando IV di Borbone, venne proclamata sotto la protezione delle armi francesi la Repubblica Partenopea. Nello stesso anno comunque una offensiva austro-russa in Italia avrebbe portato all’abbattimento dei regimi democratici un po’ in tutta la penisola e anche della stessa Repubblica Partenopea, crollata a sua volta sotto l’assalto sanfedista del cardinale Ruffo con una durissima repressione. Le idee repubblicane si erano intanto diffuse anche a Nicotera in taluni strati sociali della città ma soprattutto per la plebaglia, influenzabile come essa era, queste venivano considerate come empie e sacrileghe. Fu così che nella giornata del 14 febbraio 1799, sbarcato un gruppo di militi a Nicotera marina (facenti parte delle orde sanfediste guidate proprio dallo stesso cardinale Ruffo), la popolazione li scambiò per giacobini traducendoli dal governatore Luigi Rascaglia per porli in arresto. Questi però diede esito negativo alla richiesta e i popolani appiccarono quindi il fuoco alla casa comitale bruciandovi gli atti civili e i registri dell’Università. Accolse a calmarli l’avvocato Andrea Coppola, il quale però ben presto additato dai sediziosi come giacobino, viene ucciso dalla folla insieme a Giuseppe Lupari suo congiunto. Delitto orribile che il vescovo mons. Marra, avrebbe poi aspramente rimproverato alla cittadinanza nella messa domenicale immediatamente successiva al tragico fatto. In questi tempi difficili, il sacerdote Giovanni De Luca promosse tra i nostri marinai il culto della vergine cooperando a riedificare la chiesa della Concezione a Nicotera marina, mentre la città cominciava a mutare il suo assetto urbanistico, ingrandendosi. Soggiogato nuovamente il regno dalle armi francesi (1806), il 2 agosto di quell’anno venne abolita la feudalità. Ogni comune ebbe così un Consiglio o Decurionato di venti membri scelti dal governo su una lista di eleggibili, mentre ogni Circondario, composto da più comuni, ebbe un giudice di pace con due supplenti eletti dal Municipio, a sua volta rappresentato da un sindaco e da due eletti. In questo periodo vennero arrestati e processati i dodici popolani nicoteresi protagonisti della rivolta del 1799 che furono poi scagionati per interesse del nostro concittadino Giuseppe Massari, buon amico del generale francese Verdier. Nel 1807 Nicotera fu assalita dai briganti capitanati dal capomassa Decosatis e poi dalla banda del Francatrippa. Succeduto Gioacchino Murat alla guida del Regno, al posto del fratello di Napoleone, Giuseppe Bonaparte Nicotera divenne piazza d’armi con diversi comandanti che si succedettero al suo comando (Renier, Lemarque, Arcovito e Zenardi) nonchè centro delle operazioni militari e il 10 maggio 1808 fu visitata dal Murat stesso. In quel tempo vennero costruiti un nuovo acquedotto per provvedere alla salubrità dell’acqua, e una nuova fontana nella piazza di S. Caterina e venne migliorata la viabilità tra Nicotera e Monteleone. Caduto l’impero napoleonico, dopo il Congresso di Vienna (1815), la città tornò sotto il dominio borbonico, mentre pochi anni dopo, morto il vescovo Marra, venne elevato al vescovado Giovanni Tomasuolo (1818) al quale, successero poi Nicola Montiglia, nel 1824, Mons. Mariano Bianco, nel 1826, e nel 1832, Michelangelo Franchini, il quale avrebbe eretto la parrocchia di S.M. della Concezione a Nicotera Marina, abitato che con decreto del 18 maggio 1835 venne poi a sua volta dichiarato villaggio del comune. Sempre nel 1824 venne organizzata la prima fiera del SS. Rosario che si svolge tuttora, mentre nel novembre del 1831 cominciarono i lavori della strada Nicotera – Monteleone. La città venne poi visitata dal Re delle Due Sicilie Ferdinando II di Borbone, il 14 aprile 1833 e fu poi teatro di una sommossa antiborbonica nel giorno di Pasqua del 1848 in conseguenza della quale trovarono poi la morte alcuni cittadini (cosiddetto eccidio del Ponte della Grazia – 27 giugno 1848). Morto il Vescovo Franchini, il 21 agosto 1854, gli successe Filippo De Simone, che eresse la parrocchia di san Giuseppe e ampliò il seminario aggiungendovi le scuole di matematica e di diritto canonico. In città si diffusero poi le idee liberali e lo stesso Garibaldi durante l’impresa dei Mille vi soggiornò in data 26 agosto 1860, mentre il parlamento subalpino avrebbe annoverato tra i suoi membri anche il concittadino Bruno Vinci. Nel 1861, in virtù dell’estensione della legge Casati, il consiglio comunale cittadino istituì la scuola elementare, alla quale seguì poi il Regio Ginnasio – convitto nel 1865, mentre nel 1877 venne istituito in città un Ispettorato di scavi di antichità e dei monumenti sotto la guida di Diego Corso. Nel 1886 invece, una regia commissione tracciò la nuova strada litoranea che tanto avrebbe contribuito a rompere l’isolamento della città. Trasferito ad altra sede il Vescovo de Simone, gli successe Mons. Luigi Vaccari e poi Mons. Domenico Taccone – Gallucci. Il 28 febbraio 1889, la città venne colpita da una abbondante pioggia di sabbie vulcaniche, mentre negli anni a seguire vi fu un epidemia di filossera che tanti danni apportò all’agricoltura locale, allora fiorente. Il 13 aprile 1897 venne invece inaugurata la nuova fontana nel Villaggio di Nicotera Marina che tanta salute e prosperità recherà al Villaggio stesso. La città fu poi nuovamente colpita dal terremoto il 26 novembre 1894, dal quale risorse ingrandita e abbellita. E’ il 1899 quando ripresero i lavori di restauro del Duomo e la Chiesa di Nicotera Marina venne consacrata al culto dell’Immacolata Concezione. La città conobbe nuovi ingrandimenti e pochi anni dopo (1911) la sua popolazione toccò il suo massimo storico con 10.846 residenti, divenendo per i paesi viciniori eccellente centro di diffusione del sapere. Ebbe poi i suoi caduti durante il primo conflitto mondiale, al termine del quale vi si costituì (1919) uno dei primi fasci di combattimento di tutta la penisola. Venne poi coinvolta nella primavera – estate del 1943 negli eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale quando fu ripetutamente colpita dalle formazioni aereonavali anglo americane. Finita la guerra e caduta la monarchia, ebbe un lungo nuovo periodo di fioritura sotto varie amministrazioni civili, dapprima a guida DC (a volte con l’appoggio esterno del MSI) e poi, dal 1965 DC-PSI. Colpita poi dal fenomeno dell’emigrazione assistette negli anni ottanta e novanta all’acuirsi di varie problematiche comuni a tante realtà meridionali e alla progressiva crisi del sistema politico al quale, nemmeno con il passaggio dalla Prima alla cosiddetta Seconda Repubblica, si seppe ovviare.
[Fonte: G. Durante - proloconicotera.it]
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